Pianeta McTerra – Vicente Verdù

Pianeta McTerraPianeta McTerra Consumatori globali nell’epoca del capitalismo di finzione
Vicente Verdu’
Sperling & Kupfer 2004
€ 13,50 pg 2758

In questo libro con il titolo non particolarmente felice, almeno nella traduzione italiana (il titolo originale sarebbe “Lo stile del mondo”) Vicente Verdu’, sociologo, giornalista e scrittore spagnolo, ritrae l’attuale situazione mondiale, dominata da quello che lui stesso arriva a definire come Capitalismo di Finzione.

L’autore infatti sostiene che dalla caduta del muro di berlino abbiamo assistito ad una trasformazione del capitalismo di consumo (già successore del capitalismo di produzione) in capitalismo di finzione. Una nuova forma di capitalismo, più amichevole, morbido, che ha come obiettivo quello di creare un universo pieno di buon umore, una realtà fittizia e controllata, semplice e infantile come un reality show. Un capitalismo che promuove un modello di habitat dove si riesca a vivere protetti e contenti, un mondo di sicurezza di fronte al terrorismo, di creatività davanti alla routine e d’avventura di fronte alla normalità.

Questa nuova forma di capitalismo viene addirittura definita dal forte stampo femminile, infatti, contrariamente al capitalismo di produzione, fallico e autoritario, è più seducente che imperativo, ricorre al consenso per addolcire l’imposizione e promuove la collaborazione per mascherare la gerarchia. E come le donne si servono della cosmetica per raggiungere un’apparenza falsa che risponde alla vera aspettativa di bellezza inventata dagli uomini, per piacere all’uomo ma anche per possederlo, il capitalismo di finzione cerca di costruire il proprio volto umano in accordo con le preferenze della clientela, cerca di piacere, pretende di essere amato mentre avvolge con un abbraccio totalizzante rendendo impossibile il sottrarsi alle sue effusioni.

L’autore tocca e analizza tutti gli aspetti del mondo contemporaneo in una sagace decostruzione del sistema. Nulla sfugge alla sua critica: la produzione artistica e musicale, i mezzi di informazione, l’industria del divertimento, la spiritualità, il mondo del lavoro, i modelli di consumo, la moda, la relazione emotiva che le aziende cercano di instaurare con i propri clienti, l’architettura delle nuove città, il sesso, la malattia e la morte, l’etica delle corporation, la democrazia e il terrorismo.

Ecco alcuni estratti che vi possono far comprendere lo stile di scrittura di Verdù e il suo approccio nell’affrontare i suddetti argomenti, oltre che a invogliarvi un pò a leggere il libro (o a farvene stare alla larga – a seconda dei punti di vista…):

* Il marchio è una non-cosa (…) capace di trasformare prodotti in ideologie, cosicché scegliere determinati marchi significa scegliere un modo di vivere. Una volta il marchio ci marchiava come fossimo bestiame ora invece ci propone di servircene, di far parte della sua cultura (…) affinché ognuno possa essere se stesso, rivendicare la propria individualità.
* La preoccupazione di soddisfare l’illusione della propria unicità è diventata l’ineludibile regola del nuovo capitalismo di finzione. (…) Le imprese non fanno pressione affinché spendiamo a loro vantaggio ma per farci investire in noi stessi. La peculiarità del nuovo modello è l’intenzione di farci credere di essere unici, singolari, artisti. Il logo ci offre l’occasione di esaltarci e persino di avere un’identità morale.
* Da alcuni anni è sorta negli Usa la pratica del Cause marketing cioè il marketing legato alle cause sociali. (…) Il marketing legato a una casua sociale, trasforma l’acquisto in moralità, illumina il capitale di una luce umanitaria ed esime il consumatore da ogni colpa. Nel capitalismo di finzione, quello che piu conta non è adempiere alle regole delle autorità né a quelle dei sindacati bensi avere la coscienza a posto di fronte ai clienti e all’opinione pubblica impegnati in un nuova morale militante.
* Nel capitalismo di produzione l’esistenza era un prodotto del lavoro, in quello dei consumi era un prodotto dell’acquisto, ma nel capitalismo di finzione è un gioco mediatico di cui noi abbiamo il comando e di cui siamo anche i protagonisti.
* Il valore della vita è stato innalzato grazie all’allarme terroristico. Si è passati dalla piccola probabilità che succedesse qualcosa alla celebrazione del fatto che non accade nulla. E i benefici sono enormi per il sistema: la libertà senza condizioni è stata sostituita dalla liberta condizionale; il terrore tramuta la domanda di libertà in domanda di sicurezza fino ad arrivare a un punto in cui l’una si confonde con l’altra e l’autoritarismo sarà presentato come unico garante della vita libera. In futuro non occorrerà che il terrore abbia luogo effettivamente, perché il terrorismo produca i suoi effetti. Grazie al terrore onnipresente la vita intera si trasforma in qualcosa di eccezionale. Il terrorismo colloca il mondo in una situazione di climax e rende l’individuo un essere che impara a trattare la propria vita come un bene esterno a sé: la vita come massimo oggetto.
Forse uno dei punti deboli di questo libro è l’eccessiva pedanteria in alcuni argomenti trattati, l’analisi troppo filosofica di molti aspetti della vita e della socialità all’interno del sistema capitalistico odierno (che non permettono neanche di capire la posizione dell’autore se non quella puramente destrutturante) e le centinaia di esempi, statistiche (che tra l’altro si riferiscono principalmente alla realtà spagnola) e riferimenti a “casi” e strategie adottati da grandi multinazionali. Rimane comunque un libro molto interessante che giunge a conclusioni inquietanti e convincenti, e che ci fa aprire gli occhi su quanto, volenti o nolenti, consciamente o meno, le nostre aspettative e la nostra cultura si ritrovino strettamente legate al Capitale.

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