Io non compro – Judith Levine

io non compro coverIo non compro – Judith Levine
Ed. Ponte alle Grazie 2006
pg 245 €14,00

Quando ho visto il titolo del libro sullo scaffale della libreria, sono rimasto piuttosto scettico ma poi leggendo la quarta di copertina e sfogliando qualche pagina, mi sono deciso a comprarlo. In effetti il titolo, così risoluto e definitivo, dà adito ad immediate critiche (che infatti mi sono state subito poste da diverse persone che mi hanno visto leggere il libro..): “Ma come!? Che paradosso.. e che incoerenza..! Un libro che declama l’anticonsumismo quando per leggerlo sei costretto a comprarlo e nel frattempo l’autrice si fa soldi (e qualche risata..) alle tue spalle! Se crede così tanto in ciò che predica perchè non l’ha diffuso gratis in internet?!?”

Beh se quest’ultima frase può esser vera, il resto del ragionamento rimane superficiale, anche alla luce di quanto poi viene descritto nel libro.

E innanzitutto bisogna precisare che il titolo in inglese non è così assoluto, non “Io non compro” ma “Non lo compro” sottigliezza che secondo me segna il confine tra una presa di posizione incondizionata quanto assurda e presuntuosa e una dichiarazione di intenti, una presa di coscienza sul ruolo del consumo (Lo compro! è la frase che rivolgiamo a commessi al termine del loro più o meno duro lavoro di convincimento, frase che spesso si accompagna ad acquisti compulsivi). Ed è proprio questo che si propone l’autrice del libro: riflettere sul potere del mercato, sul ruolo del consumo nella nostra vita, sulla reale fondatezza dei nostri bisogni quotidiani e sulle possibili alternative al sistema che governa il mondo e lo sta conducendo all’autodistruzione.

Ma veniamo al dunque, tutto il libro ruota attorno al progetto dell’autrice (giornalista e scrittrice) e di suo marito (anch’egli freelance) di non comprare per un anno intero. Il proposito di non comprare ovviamente non riguarda l’acquisto di beni necessari come cibo e medicine e poco altro. Già nella definizione di necessario e di poco altro però si spendono diversi capitoli: cosa infatti è necessario e cosa non lo è? Quali sono bisogni effettivi e quali bisogni indotti dal sistema?
La cultura (libri, cinema, concerti) è una necessità? E’ più giustificabile far rientrare come indispensabile un caffè pregiato e costoso ma del commercio equo solidale o un caffè solubile a buon mercato ma di qualche multinazionale sfruttatrice dei lavoratori e dell’ambiente? Qual’è insomma il limite che ci si deve porre nel ridurre i consumi e gli sprechi all’essenziale? Esemplare una discussione sarcastica del marito riguardo alla carta igienica: Ok niente carta decorata e profumata ma allora perchè non eliminarla del tutto e usare vecchi giornali o foglie…??!

Tutte queste e altre riflessioni e piccoli litigi che avvengono fra i due protagonisti e con tutti coloro che vengono loro malgrado toccati dal progetto mi hanno ricordato un altro libro molto interessante e per certi versi simile: Una vita ridotta all’osso. Se però in quest’ultimo l’attenzione era posta sul vivere etico nel libro della Levine il tema centrale è il nostro rapporto con il consumo e l’egemonia del mercato. E’ possibile continuare ad avere una vita intensa ed interessante, avere amici e mantenere un lavoro e un identità sottraendosi al mercato?

L’autrice e il suo compagno ci provano, scontrandosi con la realtà di un sistema che permette di definire la propria identità solamente in base al livello di consumo e in base agli oggetti che si possiedono e confrontandosi con soggetti e realtà del consumo critico come la Voluntary Simplicity, i Downshifter o il movimento “Riprendiamoci il nostro tempo”. Quello che ne viene fuori è un insieme di esperienze e riflessioni, alcune illuminanti altre deludenti e la dimostrazione che il vivere etico – il consumo critico – lo sviluppo sostenibile ecc sono tutti argomenti spinosi all’interno dei quali è molto difficile muoversi e trovare un equilibrio (in quanti casi sono una lodevole conseguenza di difficoltà economiche, in quanti altri si nascondono motivazioni religiose quasi ascetiche e in quante altre ancora sono palesi le contraddizioni e le attitudini modaiole?).

Le alternative però esistono ed è solo sperimentando e mettendosi alla prova che ognuno di noi potrà alla fine trovare il giusto compromesso e riuscire ad assumere perlomeno un comportamento meno passivo nei confronti dei propri desideri e aspirare a qualcosa di più del loro effimero appagamento: I piaceri della cultura del consumo sono molti e succulenti. Tuttavia, se raffrontato a ciò che potremmo immaginare, di desideri del consumatore sono meschini.

L’unica critica, osservazione che rimane vera e fondata fino alla fine del libro (di cui però l’autrice è consapevole e a cui dedica ampie riflessioni) riguarda la posizione economica-lavorativa dei due protagonisti. 50enni liberi professionisti che lavorano da casa, con un reddito di 50mila dollari l’anno ciascuno, senza figli, proprietari di tre auto, di una casa in città e di una in montagna… Inutile dire che in queste circostanze, il progetto di non consumo assume una rilevanza completamente diversa da quella che avrebbe avuto nel caso di lavoratori precari, pendolari, con reddito minimo e figli… Ciononostante questo non significa che nel secondo caso non si possa adottare uno stile di vita più sostenibile e meno votato al consumo ossessivo, compulsivo e irresponsabile e comunque il libro rimane ottimo sia per lo stile narrativo sia per tutti gli ottimi spunti di riflessione.

Ps: non so se può essere una attenuante, comunque io ho comprato il libro in un negozio di libri usati…

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