Neonati e sviluppo del linguaggio

baby

L’1 novembre Alessandra Retico scrive su Repubblica un articolo molto interessante sullo sviluppo del linguaggio nei primi mesi di vita dei neonati, che riporto di seguito:

Le parole sono musica e già a otto mesi

“bua e gnam gnam. Inutile storpiare le parole, i bambini capiscono di più: molto prima di iniziare a parlare, intorno a un anno di età, il loro cervello è in grado di analizzare diversi aspetti dellinguaggio.
A cominciare dai suoni, proprio da lì: i neonati hanno uno spiccato talento nel riconoscere le differenze fonetiche, una sottigliezza della percezione “musicale” che perderanno crescendo. Meglio dire “treno” che “tleno”, mica sono ragazzini.
L’ infantilizzazione del linguaggio è degli adulti, per i bimbi le parole vibrano. Le capiscono così, palpitanti, poi un giorno, assai presto, gli daranno un senso. Avranno già un vocabolario niente male, se abbiamo detto loro le parole come sono: almeno un centinaio di termini che rappresentano un viatico verso l’ apprendimento della sintassi e della grammatica. Lo sostiene uno degli ultimi studi attorno al “mistero” del linguaggio nell’ infanzia: lo psicologo Daniel Swingley, dell’ università della Pennsylvania, ne parla sul numero di questo mese di Current Directions in Psychological Science, una rivista dell’ Association for Psychological Science. Inutile balbettare, canticchiare, fare versi e mugugni.

Fin dagli anni ‘ 80 molti studi hanno dimostrato che già da piccoli i bimbi sono in grado di distinguere tra consonanti e vocali della loro lingua, e di escludere quei suoni che ritengono “stranieri”. Ninna, pappa, ‘ nghe: meno male che poi crescono, ma nel frattempo le parole lasciano tracce. Di recente molti ricercatori si sono concentrati sull’ abilità che i piccolissimi hanno di maneggiare parole intere. Tutto il suono della parola, non i soli singoli particolarissimi frammenti. «Sono in grado di comprendere la più complessa forma auditiva» scrive Swingley, come se registrassero l’ articolata melodia anziché le singole note che la compongono.
La fonetica è insomma una “forma” di conoscenza, il preludio musicale a più sviluppate articolazioni del linguaggio: la materia sonora delle parole, i tasselli fondativi per sviluppare il vocabolario e, progressivamente, la grammatica stessa. Meglio non perseguitarli con pissi pissi e onomatopee varie: anche se non capiscono il significato, intorno agli otto mesi di vita i bambini cominciano a imparare la fonologia delle parole e a riconoscerle come familiari, tanto da registrarle in una partitura mentale che verrà tradotta in un dizionario. Pissi pissi uguale pipì, brum brum uguale motore. Uno sforzo inutile di comprensione, traduzione e abbandono di quel bambinismo che piace ai genitori e ai grandi attorno: loro, possono di più.
A 18 mesi, dice Swingley, se hanno preso confidenza con la musicalità delle parole, sapranno associarvi anche un significato e a distinguerle da altre con suoni similari. La forma delle parole non è un accessorio, ma la spia del contenuto: se suona così, significa questo. I neonati avvertono prestissimo le conseguenze della fonetica, ci intuiscono sotto il meccanismo in opera.
A sette mesi e mezzo, il bimbo non riconosce vocaboli pronunciati in maniere diverse o con intonazioni particolari.
La medesima parola detta da un uomo o da una donna al suo orecchio risulterà del tutto differente. Ma già tre mesi dopo ne avrà già sentite abbastanza per non cascarci più: dette piano, forte, da maschio o da femmina, in falsetto o da baritono, per il pargolo quella parola sarà sempre la stessa. Altra prova di quanto valgano i suoni: i bimbi avvertono che tra una vocale aperta e una chiusa c’ è differenza, ma la interpretano a seconda delle regole della loro grammatica. Gli olandesi di 18 mesi considerano “tam” e “taam” due parole diverse, visto che nella loro lingua l’ apertura delle vocali determina i significati. Un coetaneo inglese non ci fa neanche caso.
Morale: leggergli Dante quando sono in fasce magari no, però meglio sfoltire qualche cucù.

Alessandra Retico

Che dire…..noi gli parliamo in inglese….

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3 Risposte so far

  1. 1

    sara said,

    mi piacciono questi studi che ti fanno capire che il bambino, seppur piccolo, non e’ un animaletto o un giocattolo, ma una PERSONA

  2. 2

    SARA said,

    *ops, continuo*

    …una PERSONA che sta crescendo.

    devo dire pero’ che, per quanto sia giusto e sacrosanto chiamare fin da subito le cose con il loro nome, io mi diverto a storpiare le parole, specilamente con i piu’ grandicelli, per fargli vivere un mondo di parole colorae e giocose, quasi come filastrocche. magari sbaglio eh ;D

  3. 3

    equAzioni said,

    no che non sbagli Sara! anche noi ci divertiamo un sacco a parlottare con il nostro Ale in modo buffo, inventando nuove parole e facendo versi strani. Soprattutto, anche se è ancora piccolo, pensiamo che sia importante giocare con le parole, con i suoni e con la vocalità. Giocare è fondamentale per una crescita sana e serena e per un apprendimento indiretto non vissuto e subito come tale.
    Il senso di questi studi e l’attenzione al non storpiare le parole si riferisce alla pessima abitudine di parlare ai bambini come se fossero dei deficienti e quindi metodicamente evitare di usare le parole nel modo corretto con la giusta pronuncia.
    Okkei storpiare le parole per giocare e creare assonanze divertenti, meno storpiare perchè convinti che i bambini non siano capaci di capirci o per “abbassarci” al loro linguaggio…


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